Gloria Gaynor – I never can say goodbye

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Ci sono canzoni che vivono molte vite, che si adattano ai tempi e alle mode e che ogni volta riescono ad avere successo, a volte anche più della loro prima uscita, al punto che spesso il pubblico non sa che si tratta di una cover. E’ il caso di “Never can say goodbye“, enorme nonché primo successo del 1975 di Gloria Gaynor. Ma non è la prima volta che questa canzone arriva ai piani alti delle classifiche e, come vedremo, non sarà neanche l’ultima. Tutto ha inizio nel 1970, quando un 25enne cantautore americano, Clifton Davis (in seguito divenuto attore), si presenta agli studi della Motown di Los Angeles per lavorare, al pianoforte, a una canzone che sta scrivendo con l’idea di proporla alle Supremes, allora uno dei gruppi di punta dell’etichetta, che aveva in Diana Ross la cantante solista. Mentre Davis suona e risuona la canzone cercando di rifinirla, in un ufficio adiacente allo studio il produttore Hal Davis (nessuna parentela) sta conversando col produttore, Jerry Marcellino. «Sentivo questa melodia che mi si insinuava nelle orecchie – ha scritto Davis nel libro Complete Motown SinglesHo detto a Jerry: “questa sarà un successo, qualunque cosa sia”». Il produttore però, anziché alle Supremes – da cui oltretutto Diana Ross si sta in questo periodo separando – pensa di destinare la canzone ai Jackson 5, il gruppo composto dal giovanissimo Michael Jackson e da quattro dei suoi fratelli. Un po’ deluso della scelta, per un po’ Davis accarezza l’idea di cantare egli stesso la canzone. «Era una canzone piena di emozioni, che ha significato molto per me quando l’ho scritta – ha detto lo stesso Clifton Davis – Volevo cantarla io, ma come potevo resistere a lasciare che Michael la cantasse? Ero solo preoccupato che potesse non capire il testo del dolore di non riuscire a dire addio a qualcuno che se ne va». In effetti Michael Jackson ha solo 12 anni, e  la stessa casa discografica ha dei dubbi sul fatto che la canzone sia troppo adulta per un gruppo di adolescenti. Racconta ancora Davis: «Ricordo che Michael mi chiese di una delle battute, “c’è questa sensazione infelice, c’è dell’angoscia, c’è quel dubbio” e mi chiese cosa significasse per me quell’angoscia. Gli spiegai e lui alzò le spalle e cantò la battuta». Nonostante abbia solo 12 anni Michael Jackson ha comunque già il talento per mettere l’emozione necessaria in qualsiasi cosa canti, come ha ricordato Suzee Ikeda, l’assistente del produttore: «Quando Michael ha cantato quella battuta, ci ha sorpreso tutti per l’intensità che ci ha messo». Una volta registrata la canzone però, come abbiamo visto, la Motown è un po’ restia a pubblicarla, così Hal Davis una mattina va nel suo ufficio e suona “Never can say goodbye” a un volume molto alto, finché Berry Gordy, il fondatore dell’etichetta, non arriva di corsa dicendo «Ehi, questa canzone è grande!». «Lo so – risponde Hal – Ma non la pubblicheranno...» «Lo faranno ora» è la risposta di Gordy. “Never can say goodbye” viene pubblicata il 16 marzo 1971 come primo singolo estratto dall’album dei Jackson 5 “Maybe Tomorrow” diventando uno dei loro più grandi successi, arrivando alla seconda posizione nella classifica di Billboard e al numero uno nella classifica R&B. Nello stesso anno viene incisa anche da Isaac Hayes, uno dei più importanti artisti della scena soul, che la include nel suo album “Black Moses“. La versione di Hayes arriva fino alla quinta posizione della classifica R&B e alla 22esima nella Top 100 di Billboard.
Passano alcuni anni e arriviamo al 1975. Sulla scena musicale dei club sta imponendosi con prepotenza la disco-music, che unisce soul e funky con un ritmo più veloce e facilmente ballabile. Nel 1975 “Never can say goodbye” diventa il titolo del primo album di una cantante proveniente dalla scena jazz e rhythm and blues, Gloria Gaynor, non più giovanissima – ha 32 anni – che dopo alcune uscite discografiche passate completamente inosservate è alla ricerca di un’ultima possibilità di agguantare il successo. Fortuna vuole che la sua strada incroci quella di alcuni tra i migliori produttori/arrangiatori della scena disco, tra cui Meco Monardo e Tony Bongiovi (cugino di secondo grado del cantante rock Jon Bon Jovi), che hanno l’intuizione di rivoluzionare completamente “Never can say goodbye“. Via il ritmo da ballata semi-lenta e romantica, e sotto con una robusta iniezione di ritmo in 4/4 e un ricco arrangiamento che trasformano la canzone in un successo da discoteca aprendo la strada alla carriera della Gaynor. La versione di Gloria Gaynor raggiunge la nona posizione nella classifica di Billboard e arriva al primo posto nella classifica Dance/Disco. Il singolo è un successo in tutto il mondo: in Inghilterra arriva fino alla seconda posizione, alla terza in Canada, Australia, Irlanda e Spagna e in Italia sale fino alla decima posizione della hit parade.
Con il cambio di decennio e l’avvento del pop elettronico degli anni ’80 ecco un’altra occasione per “Never can say goodbye” di vivere una nuova vita, questa volta ad opera del duo inglese dei Communards – il cui cantante è Jimmy Somerville, l’ex-cantante dei Bronski Beat – che nel 1987 la includono nel loro secondo album, “Red“, e la pubblicano come singolo. Anche stavolta, in salsa synth pop, la canzone è un successo, salendo alla prima posizione in Spagna, alla seconda in Irlanda, alla terza in Belgio e alla quarta in Inghilterra e Olanda, nonché alla seconda posizione della Billboard Hot Dance/Disco chart negli Stati Uniti.
Non resta che aspettare la prossima reincarnazione di una canzone capace, come poche altre, di trascendere il tempo.

Autore: Clifton Davis
Anno di pubblicazione: 1971 (Jackson 5) / 1975 (Gloria Gaynor)

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