Franco Battiato – La Cura

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Il 1996 è un anno di cambiamenti per Franco Battiato. Dopo ben 17 anni lascia la EMI, con cui aveva inaugurato la sua “svolta pop” col mitico album “L’era del cinghiale bianco” nel 1979, e lo fa dopo un album accolto freddamente dalla critica e soprattutto dal pubblico, “L’ombrello e la macchina da cucire“, in cui per la prima volta lascia la stesura di tutti i testi al filosofo Manlio Sgalambro. Un disco dove non c’è traccia del pop raffinato dei lavori precedenti, anche se permeato di contaminazioni”alte”, ma piuttosto sperimentale, con difficili suoni elettronici e i testi criptici di Sgalambro. Il disco vende circa 100.000 copie ed è l’album meno venduto del cantautore dai tempi de “La voce del padrone” e induce Battiato a delle riflessioni. «Un disco di musica pop deve vendere, se non vende, conta poco – ha affermato lui stesso – Ma qui non parlo di numeri. Il prodotto deve piacere molto al pubblico cui è destinato. Se l’aggancio non riesce, qualcosa nel meccanismo non funziona». Per il nuovo disco Battiato decide di tornare sui suoi passi, anzi, fa un passo ulteriore avvicinandosi a un rock più duro che non aveva mai affrontato. «Avevo voglia di fare un nuovo disco con un po’ di energia – ha detto in un’intervista a “Sette“, il settimanale del Corriere della SeraPer esperienza so che la chitarra è uno strumento molto adatto a un certo tipo di musica, così l’ho ripresa in mano dopo tredici anni. Avevo voglia di fare un disco di comunicazione, alla mia maniera, un disco che tentasse di nuovo la via del popolare». Per incidere il disco il cantautore si trasferisce a Parigi e assembla un gruppo tra cui spiccano il chitarrista David Rhodes – stretto collaboratore di Peter Gabriel – il batterista Gavin Harrison, che ha suonato con tutti i più importanti artisti inglesi (che con Battiato collaborerà anche nell’album “Gommalacca“) e il bassista Saturnino, polistrumentista fusion con esperienza tra le più disparate: da Giovanni Allevi a Jovanotti, da Pino Daniele a Max Pezzali. Nell’album che scaturirà da questa formazione, intitolato “L’imboscata“, è contenuta anche “La Cura“, una delle più belle e più amate (soprattutto dal pubblico femminile) canzoni di Battiato. Una canzone particolarmente ispirata, di quelle che sembrano quasi nascere da sole, come ha raccontato lui stesso in un’intervista alla rivista “Il Mucchio Selvaggio“: «Ero consapevole di avere scritto un brano di cui andare orgoglioso. L’ho sentito fin da subito. Sono cose che un autore sente subito, mi capitò lo stesso con “E ti vengo a cercare”, una canzone che si muove nella stessa zona emotiva. Quella però era più ambigua, mentre “La cura” è proprio spudorata». Per accentuare ancora di più l’atmosfera di cambiamento in cui nasce il disco, per la prima volta il cantautore si occupa anche della produzione e riprende in mano la chitarra elettrica dopo tanto tempo. “La Cura” appartiene a un gruppo di canzoni che Battiato ha scritto e provinato già l’anno prima, e infatti il primo assolo di chitarra che si ascolta nella canzone è suonato da lui stesso, e proviene dai provini realizzati prima dell’incisione. Una parte così ben riuscita che Battiato decide di non sostituire. Un arrangiamento sorretto da un campionamento di voce femminile, con pennellate della chitarra di Rhodes e un sapiente uso degli archi, “veste” una bellissima melodia e soprattutto uno dei testi più ispirati del cantautore siciliano, che stavolta riesce ad arrivare direttamente al cuore degli ascoltatori. Che “La Cura” sia essenzialmente una canzone d’amore è fuori di dubbio. «“La Cura” è una delle rarissima canzoni d’amore della mia vita – ha raccontato Battiato in un’intervista – Di solito nascono per una moglie, un figlio, un’amante; questa invece cerca davvero di rappresentare un’astrazione dell’amore, non ha un’ispirazione precisa. Amare è il dare senza neanche farsene accorgere: allora sì che ha senso». Non è difficile immaginare che il testo sia nato anche in seguito alla morte della amatissima madre del cantautore, Grazia, avvenuta nel 1994. Le liriche della canzone parlano infatti del potere taumaturgico dell’amore, visto come una potente medicina in grado di guarire le pene dell’esistenza, le malattie del corpo e dell’anima, almeno quelle scritte da Battiato, considerato che gli strani versi “Vagavo per i campi del Tennessee / Come vi ero arrivato, chissà / Non hai fiori bianchi per me? / Più veloci di aquile i miei sogni” – apparentemente avulsi dal contesto – sono invece stati scritti da Sgalambro. Ancora sull’ispirazione della canzone, nel 2008 Battiato ha affermato: «Sono stato sfiorato da una piccola luce che mi ha permesso di scrivere questo pezzo. Un autentito, raro momento di purissima ispirazione». E come tale “La Cura” va ascoltata e soprattutto “sentita”, lasciando da parte le innumerevoli dotte interpretazioni del testo che critici e giornalisti tentano di dare. La canzone viene pubblicata agli inizi del 1997 come secondo singolo dall’album – dopo “Strani giorni” – riscuotendo in pochissimo tempo un grande successo di pubblico e di critica. Verrà eletta “Canzone italiana dell’anno” al Premio italiano della musica il 22 marzo 1997. Pochi mesi dopo Battiato addirittura partecipa con “La Cura” al Festivalbar 1997 (che viene vinto da Pino Daniele con “Che male c’è“). Il brano in versione digitale viene certificato doppio disco di platino con oltre 60.000 copie vendute. Della canzone, come di tutto l’album “L’imboscata“, esiste anche una versione spagnola intitolata “El cuidado“. Il video diretto da Riccardo Paoletti è stato girato a Lisbona.

Autori: Franco Battiato / Manlio Sgalambro
Anno di pubblicazione: 1996

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