Metallica – Nothing else matters

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Scheda scritta da Andrea Montalbò, metallaro, scrittore e soprattutto amico…

«Tutta la mia attenzione era sul pubblico (…) credevo che si sarebbero guardati l’un l’altro senza trovare una spiegazione e avrebbero vomitato». «All’inizio non volevo neppure suonarla per i ragazzi. Pensavo che ‘Metallica’ (l’album) dovesse essere soltanto noi quattro. Canzoni su distruggere cose, sbattere la testa, sanguinare per la folla, qualunque cosa tranne ragazze e macchine veloci, anche se questo è quello che ci piace. Questa era una canzone sulla mia ragazza dell’epoca. Venne fuori che era qualcosa di notevole».
James Hetfield dixit, raccontando la genesi di “Nothing Else Matters”, la prima delle due “ballad” inserite nell’album eponimo dei Metallica, meglio e più familiarmente conosciuto come “The Black Album”. In realtà, la prima ballata in assoluto della band protesa, fino a quel momento, a spostare l’asticella e i decibel del genere “trash-metal” verso il limite del parossismo: dall’esordio di “Kill’em All” del 1983, attraverso la furiosa cavalcata di “Ride The Lighting” (1984), “Master Of Puppets” (1986) e “… And Justice For All” (1988), i Metallica dettano, a loro stessi in primis, le regole di un genere che deve essere veloce, pesante, monolitico, corrosivo. Niente angoli smussati, solo punte vive. Nessuna concessione alle mode, al mainstream, nessuna possibile contaminazione. I duri e puri del Metal, insomma: impegnati a sbattere in faccia al mondo la più ferma intenzione di non cambiare mai. Arrivati al 1990, tuttavia, anche i Metallica scoprono il beffardo adagio never say never again. Il destino li ha già obbligati a un primo, non voluto e doloroso cambiamento: il 27 settembre del 1986, il bassista Cliff Burton perde la vita nell’incidente occorso al bus che trasporta i Metallica alla data successiva del tour. Di formazione classica, dotato per la composizione, virtuoso del proprio strumento (entra da subito nella mitica categoria “suona il basso come una chitarra”), Burton è il primo movens della band e non soltanto nel giudizio dei fan. Ne sono consapevoli in primis James Hatfield (voce e chitarra), Kirk Hammett (chitarra solista) e Lars Ulrich (batteria): continuare è imperativo, è parte della missione. Occorre sostituire Burton, però; e per motivi personali prima ancora che musicali, la scelta non è facile. Al punto da compromettere già in partenza, comunque e contro ogni logica, il rapporto personale e la collaborazione con il nuovo membro: Jason Newsted (proveniente dai Flotsam And Jetsam). Newsted raggiunge i Metallica con tutte le migliori intenzioni, deciso a trovare la propria, personale, strada in un ruolo già codificato da qualcun altro. Non sarà possibile e non a causa dell’inevitabile, continuo paragone con Cliff Burton quanto dell’atteggiamento di chiusura e negazione dei Metallica titolari: fino al momento nel quale si troverà tutto sommato costretto a lasciare la band, Newsted resterà l’oggetto estraneo, l’eterno nuovo arrivato; soprattutto, ciò che è peggio, “quello che ha preso il posto di Cliff”. Tutto questo non impedisce che il primo lavoro con la nuova formazione, “… And Justice For All“, sia un eccellente album (oltre a un rilevante successo di vendita con 14 milioni di copie), trainato dal primo videoclip realizzato dai Metallica: “One”, forse il brano migliore dell’album, ispirato alla storia narrata da Dalton Trumbo nel suo film “E Johnny prese il fucile”. E seguìto da un tour trionfale che porta peraltro la band al secondo, cruciale, bivio della propria storia.
Il 1990, infatti, vede i Metallica prepararsi a realizzare un nuovo album senza avere idea alcuna della direzione da prendere: continuare, fedeli a loro stessi, realizzando un quinto album rigorosamente all’interno del canone stabilito dai precedenti quattro o intraprendere un percorso sonoro nuovo, più maturo e differenziato? Nel primo caso, il rischio è quello di condannarsi all’eterna copia di sé stessi, prigionieri di uno stile già esplorato in abbondanza; nel secondo, avvertito anche come un passaggio naturale legato all’età, si profila lo scenario più temuto: nel Metallica-codice, infatti, cambiare è tradire. Un solo fattore è chiaro nell’asse (ora) portante Hetfield-Ulrich: a dispetto dei risultati, i Metallica non sono mai stati soddisfatti dalla produzione dei loro lavori. Fino a quel momento, né loro né i produttori avvicendatisi in studio (Paul Curcio per l’album d’esordio, Flemming Rasmussen per i successivi) sono riusciti a convogliare nelle registrazioni il surplus di energia e tensione che il gruppo riesce a liberare dal vivo. Per questo, il primo passo per il nuovo lavoro è cercare un nuovo produttore. Dopo una serrata ricerca fatta più di esclusioni a priori che di possibilità, la band trova il nome giusto, l’uomo che può aiutarli a centrare tre obiettivi in uno: catturare l’essenza “da palco” dei Metallica, modificare il sound senza ‘tradire’ (troppo) il trash e lanciare la band nell’Olimpo del mercato internazionale. La fama che precede Bob Rock – a parte il cognome che lo fa piacere subito a Lars Ulrich – ne evidenzia la capacità di guidare band oltre i traguardi già raggiunti. Quello che i Metallica non sanno è che il nuovo produttore non transige su nulla, è più testardo di “Mr. NO” Hetfield e pretende da ciascuno il massimo. Anche un po’ di più: per il “Black Album”, Ulrich si ritroverà a esercitarsi alla batteria per migliorare il proprio stile; Hetfield si vedrà costretto a “cantare, non urlare”. Le prove saranno estenuanti, la tensione in studio attenuata dalla presenza di un punching-ball (!) per i momenti critici. Tra i demo da elaborare, c’è proprio quella ballata che Hetfield ha composto in tour, durante una lunga telefonata con la propria fidanzata dell’epoca: qualcosa che non aveva mai tentato prima, qualcosa che non ha proprio nulla a che fare con l’immagine “tutta d’un pezzo” di James e della band. Per l’appunto, qualcosa che potrebbe scatenare il rifiuto (biologico) dei fan. Ulrich, per contro, l’apprezza da subito e convince il socio a inciderla. Ulteriore tradizione infranta, a suonare l’assolo ci pensa lo stesso Hetfield, lasciando in secondo piano il solista Hammett. Una sciocchezza, confronto all’insulto finale. Rock decide, contro il parere della band (soprattutto contro il volere di “Mr.NO”) che il tocco definitivo per “Nothing Else Matters” è l’accompagnamento orchestrale, affidato a Micheal Kamen. L’inimmaginabile è accaduto. L’impossibile ha preso forma: e al termine di una lunga lavorazione che definire problematica è riduttivo, Bob Rock può chiosare con soddisfazione che “per la prima volta si può sentire qualche autentica emozione umana dietro la musica”.
Uscito in tutto il mondo il 12 agosto del 1991, l’album che nessuno chiama con il titolo autentico racchiude dodici brani-killer ad alta tensione (anche se la musica concede, a differenza del passato, più d’un momento di tregua sonora) e rappresenta un punto di svolta non soltanto per la band ma per tutta la scena metal dell’epoca. La velocità, alla fine, non è tutto. Del successo commerciale parlano i 25 milioni di copie vendute in tutto il mondo (16 nei soli Stati Uniti) e la straordinaria popolarità dei due singoli “Enter Sandman” e “Nothing Else Matters”. Proprio la canzone che non avrebbe dovuto esserci; quella che faceva temere una valanga di reazioni gastriche al proprio autore. Inconsapevole, come spesso accade, d’avere toccato le corde giuste e d’avere scritto qualcosa di più d’una semplice “love song”. Qualcosa che va oltre il momento personale e diventa patrimonio comune dei fan, vecchi e nuovi, e non solo. Inaspettato, come le parole del ritornello:

Never opened myself this way / Life is our, we live it our way / All these words I don’t just say / And nothing else matters (Non mi sono mai aperto in questo modo /
La vita è nostra, la viviamo a modo nostro / Tutte queste parole non le dico / E non importa nient’altro
)

Autori: Bob Rock / James Hetfield / Lars Ulrich
Anno di pubblicazione: 1992

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