Fabrizio De Andrè – La canzone di Marinella

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«Non considero “La canzone di Marinella” né peggiore né migliore di altre canzoni che ho scritto. Solo che le canzoni si distinguono in fortunate e sfortunate. Probabilmente il fatto che Marinella facesse rima con parole come bella o come stella, l’ha resa più fortunata di altre» Certo è un giudizio forse un po’ impietoso quello dello stesso Fabrizio De Andrè, che non rende giustizia a una delle canzoni più amate del cantautore genovese. Il 22enne Fabrizio la compone nel 1962, ispirandosi a un fatto accadtuo quasi 10 anni prima di cui aveva letto in un trafiletto di cronaca nera di un quotidiano. In una celebre intervista del marzo 1993, De Andrè racconta lo spunto della canzone: «Per esempio la Canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d’amore. È tutto il contrario. È la storia di una ragazza che a sedici anni ha perduto i genitori, una ragazza di campagna dalle parti di Asti. È stata cacciata dagli zii e si è messa a battere lungo le sponde del Tanaro e un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l’ha buttata nel fiume e non potendo fare niente per restituirle la vita, ho cercato di cambiarle la morte. Così è nata la Canzone di Marinella, che se vogliamo ha anch’essa delle motivazioni sociali, nascostissime. Ho voluto completamente mistificare la sorte di Marinella. Non ha altra chiave di lettura se non quella di un amore disgraziato; se tu non racconti il retroscena è impossibile che uno pensi che all’origine c’era una gravissima problematica sociale. Certi fatti della realtà, soprattutto quand’ero giovane, mi davano un grande fastidio, allora cercavo di mutare la realtà». Colpito dal racconto del cantautore, lo psicologo Roberto Argenta, un appassionato di De André, decide di investigare e rintracciare la notizia alla quale fa riferimento il testo di Faber. Le sue ricerche portano, nel 2012 alla pubblicazione del libro “Storia di Marinella…quella vera. Il fatto sarebbe apparso sul quotidiano La Gazzetta del Popolo del 30 gennaio 1953 e si riferisce a una ragazza di nome Maria Boccuzzi, uccisa e ritrovata nel fiume Olona tra Rho e Milano. Nata in un piccolo paese della Calabria nel 1920, Maria si trasferisce con la famiglia a Milano e a 14 anni, nella fabbrica di tabacco dove lavora, conosce Mario, uno studente spiantato. I genitori non approvano la relazione, così i due innamorati decidono di fuggire assieme, ma la loro storia finisce ben presto, e senza lavoro e senza denaro Maria si trova in mezzo alla strada. Dopo qualche tentativo di esibirsi in un locale come ballerina, e in seguito a una serie di incontri sfortunati viene avviata alla prostituzione. La notte del 28 gennaio 1953, data in cui Fabrizio De Andrè ha 13 anni, viene uccisa a colpi di pistola e spinta nel fiume ancora agonizzante. La trovano tra le acque del fiume Olona un gruppo di ragazzini che passano il tempo giocando a pallone sul prato che corre sul fianco del fiume. L’assassino non sarà mai identificato. Nella storia ricostruita da Argenta ci sono alcune incongruenze col racconto di De Andrè – la localizzazione geografica, il fiume, le circostanze stesse dell’uccisione – ma occorre dire che Faber aveva letto quel trafiletto molti anni prima, e la memoria si sa che gioca strani scherzi, e comunque, quale che sia la “di Marinella la storia vera“, non cambia il valore di una canzone che ha lasciato un profondo segno nell’immaginario collettivo italiano,  che possiamo comprendere leggendo le parole scritte da Don Luigi Ciotti per il libro di Autori Vari “Volammo davvero. Un dialogo ininterrotto” (2007): «Una storia senza tempo, che parlava di persone senza storia. Marinella era una prostituta, il cui corpo era stato trovato massacrato sul greto di un torrente. Sembra storia di oggi, ma è purtroppo storia di sempre. Una tragedia anonima, capace di rubare dieci righe a un giornale di provincia, letta alla luce della cronaca. Vista in controluce, invece, diventa un dramma intenso, oltre la storia, a tracciare il percorso della radicata vicinanza tra amore e morte. Di un amore che non conosce scale gerarchiche, di una morte che sublima in dignità estrema del povero». De Andrè incide “La canzone di Marinella” nel 1964, con un semplice arrangiamento acustico di Gian Piero Reverberi, come Lato B del sesto singolo del cantautore “Valzer per un amore” – per inciso, in queste prime uscite discografiche in copertina appare solo il nome “Fabrizio” – ma il disco non ottiene nessuna fortuna commerciale, anche se la cosa oggi ci appare incredibile. Questa prima versione viene inserita anche nella prima raccolta ufficiale del periodo Karim (un’etichetta discografica attiva dal 1961 al 1966), Tutto Fabrizio De André, ma per imporre all’attenzione del pubblico italiano la canzone e finalmente il suo Autore occorre attendere ancora alcuni anni, e l’aiuto di una cantante già molto popolare. Lo stesso Fabrizio ha raccontato: «Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 “La canzone di Marinella“, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura». A chi dobbiamo quindi se il mondo della musica italiana si è arricchito di uno dei suoi interpreti più importanti (a scapito delle aule dei tribunali)? È il 1967 quando Mina scova questa perla nascosta e decide di inciderla, inserendola in un primo tempo nell’album “Dedicato a mio padre” (dicembre 1967) e successivamente, nel febbraio dell’anno seguente, nel 45 giri “La canzone di Marinella“. Il successo della canzone è immediato e porta il pubblico – e anche la critica – a riscoprire la produzione di De Andrè che da questo momento, in brevissimo tempo, diventerà un nome di primo piano della canzone d’autore italiana. «Il signor Fabrizio de André, genovese, ventotto anni, benestante, un po’ poeta, è da due anni in testa alla classifica dei dischi longplaying più venduti in Italia – scrive Adriano Botta su L’Europeo del 13 marzo 1969 – Vende più longplaying lui di Mina, di Celentano, di Morandi, dei Beatles, di Barbara, di Brassens, e non lo sa nessuno. Scrive e canta canzoni difficili, irripetibili, letterarie, piene di parole ottocentesche. Il suo nome non è affatto popolare; tuttavia, qualsiasi cosa De André proponga, qualsiasi parolaccia o parolona sia contenuta nei suoi versi, non ci sono dubbi: il disco a trentatré giri, lungo e costoso, arriverà certamente a cinquantamila copie: il massimo che il mercato italiano sinora riesca a ingoiare». “La canzone di Marinella” è stata interpretata da tanti altri cantanti nel corso del tempo, da Gianni Morandi a Joan Baez, da Renato Zero agli After Hours, ed è del 1997 la versione interpretata da De Andrè insieme a Mina, che viene inserita come unico inedito in quella che risulterà essere l’ultima raccolta prima dell’improvvisa morte del cantautore, “Mi innamoravo di tutto“.

Autore: Fabrizio De Andrè
Anno di pubblicazione: 1967

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