Caterina Caselli – Nessuno mi può giudicare

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Milano, dicembre 1965, circa le tre di notte: in uno studio di registrazione milanese un Teo Teocoli appena ventenne – in questi anni ancora indeciso tra la musica e il cabaret – è alle prese con una canzone che non viene come vorrebbe. A un certo punto sulla porta dello studio appare Adriano Celentano che dice: «Ma cosa fai, ‘sto pezzo qui! Ma te sei matto, questo qui se era un bel pezzo lo facevo io. L’ho fatto ma non è bello, non farlo neanche te, ne scegliamo insieme uno più bello». Il produttore e co-autore della canzone, Miki Del Prete prova a replicare: «Ma dai, guarda che Teo l’ha fatto bene», ma Celentano taglia corto: «No, no, nel Clan dobbiamo essere compatti», e il pezzo viene scartato. La canzone è “Nessuno mi può giudicare“, arriverà seconda al Festival di Sanremo appena un mese dopo e risulterà il 6º singolo più venduto del 1966. A subentrare al molleggiato in questa canzone considerata “non bella” è Caterina Caselli, una giovane cantante che dopo aver debuttato a Castrocaro nel 1963, e avere pubblicato il primo 45 giri “Ti telefono tutte le sere” nel 1964, non riesce a sfondare nonostante la partecipazione al Cantagiro nel 1965. «Cantare col basso poi era difficilissimo – ha raccontato lei stessa – Mi suggerirono di cambiare stile, mettevo i pantaloni, e perdevo. “Prova con la gonna”. Ma anche con la gonna perdevo. Mi spiaceva soprattutto per la CGD: puntavano su di me, ed io collezionavo figuracce. Mia mamma diceva che lavoravo troppo, ma io avevo un chiodo fisso: arrivare, arrivare al successo. Se ci ripenso oggi, mi stupisco della volontà che ho avuto. In famiglia si lavorava duro, io aiutavo mia madre, ma non sopportavo l’idea di fare la magliaia come lei: io volevo cantare». La canzone nasce da un’idea di Luciano Beretta, autore di tanti altri successi di Celentano, che compone la musica insieme a Miki Del Prete, e per il testo ci si mettono tre nomi eccellenti della musica leggera italiana: Daniele Pace, Mario Panzeri e Lorenzo Pilat. In effetti “Nessuno mi può giudicare” nasce inizialmente come una specie di tango appositamente per lo stile di Celentano, ma dopo averne incisa una versione di prova, come abbiamo visto, il cantante milanese la scarta  e sceglie di partecipare al Festival di Sanremo con “Il ragazzo della via Gluck“. La CGD, etichetta che ha sotto contratto Caterina Caselli – come abbiamo visto con scarsi riscontri di pubblico – coglie la palla al balzo e propone alla giovane cantante di Sassuolo di partecipare al Festival con quella canzone scartata da Celentano. Quando la Caselli riceve lo spartito resta un po’ interdetta, come ha raccontato lei stessa: «Mi pareva troppo lenta. Dissi: “Ma questo è un tango, un lento. Mi si adatta? A me non pare”. Intervenne Ivo Callegari, il mio pianista, e mi promise che avrebbe cambiato il tempo, trasformandola in un motivo beat. Solo dopo la sua formale promessa mi lasciai convincere a cantarla. Col nuovo arrangiamento, cambiò completamente e cominciammo a crederci. Per vedere cosa succedeva, provai la canzone in un famoso locale di Bologna, lo Junior Club. Un successone, i ragazzi impazzirono. La guardarobiera mi disse: “Caterina, vai a Sanremo, avrai successo”». A questo punto occorre anche un look che contraddistingua immediatamente la giovane e ancora sconosciuta cantante, e Franco Crepax, direttore artistico della CGD, porta Caterina nel salone dei Vergottini, dove va sua moglie, nomi storici nel campo dei parrucchieri. Racconta ancora Caterina Caselli: «Appena mi videro mi dissero: “Lei starebbe meglio in biondo”. Mi fecero una decolorazione, che all’epoca faceva un male pazzesco, bruciava la pelle. Col mio nuovo caschetto biondo entrai in Galleria del Corso a Milano, dove incontrai Gianni Ravera (organizzatore del Festival di Sanremo, Ndr). Mi conosceva bene, ma non mi riconobbe». Quella sera la cantante si esibisce all’Intra’s Club, un locale storico di Milano dell’epoca beat, e Corrado Corradi, giornalista di “TV Sorrisi e Canzoni“, conia per lei la definizione di “Casco d’Oro”. «Scoprii che il taglio piaceva un po’ a tutti – ha raccontato la cantante – Io ero un po’ titubante: mi induriva moltissimo come tutti i tagli netti di capelli. Ma allora non era importante la bellezza, era importante colpire il pubblico. Il giorno dopo, in qualsiasi posto andassi, la gente mi riconosceva per strada, mi chiamava per nome. Non mi sembrava vero. E dicevo: ma come è possibile?»Ma non è solo il rivoluzionario taglio di capelli a differenziare la Caselli da tante altre cantanti beat dell’epoca. Intanto la cantante conosce la musica, sa leggere uno spartito, e poi suona il basso Fender con una certa maestria. «Il basso mi è sempre piaciuto – ha ricordato lei stessa – Poi era necessario: un po’ perché io non riuscivo a star ferma e cantare, mi dovevo dar da fare, e poi avevo capito che per essere utile in un quartetto che suonava nei locali bisognava fare qualcosa di più che cantare e suonare il tamburello. Oggi le ragazze sono padrone della loro musica, sanno suonare, ma ai miei tempi era rarissimo». Con queste credenziali la ragazzina di Sassuolo si presenta il 27 gennaio 1966 sul palco del salone delle feste del Casinò Municipale di Sanremo, per la 16ª edizione del Festival, presentato da Mike Bongiorno. L’esibizione della Caselli non passa inosservata: una voce straordinaria, una presenza scenica invidiabile, un look inconfondibile e una canzone che porta sul palco la musica beat che dall’Inghilterra è ormai arrivata nel nostro paese. «Il titolo della canzone fu molto importante, lo si poteva separare dal testo, ma anche quest’ultimo conteneva un messaggio forte, per l’epoca, perché era cantato da una donna», ha commentato in seguito la Caselli. Infatti la versione del suo partner Gene Pitney – ogni canzone viene eseguita da due interpreti – passa del tutto inosservata, perché manca di quello spirito femminista e ribelle dato alla canzone dal fatto di essere cantata da una donna. “Nessuno mi può giudicare” arriva seconda – il Festival viene vinto dalla melensa e antiquata “Dio come ti amo” cantato da Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti – ma si può considerare la vera vincitrice, anche per il successo di vendita del singolo e per una notorietà che ha saputo attraversare gli anni e le generazioni. Dopo il Festival la giovane Caterina pensa di riprendere la vita di prima, ha un contratto di quindici sere al Capriccio di Roma, e non immagina che la sua vita sta invece per cambiare. «Capitai in un negozio di dischi, e provai a vedere se c’era il mio disco. Ma non lo trovai – ha raccontato – Allora andai in un altro. E poi in un altro. Ma non lo trovavo mai, allora telefonai alla CGD, chiedendo come mai a Modena i miei dischi non fossero arrivati. Mi risposero: “Signorina, sono andati esauriti in tutta Italia. Stiamo stampando i suoi dischi anche di notte”. Non riuscivo a immaginare una faccenda del genere. Mi ci volle molto tempo per farmene una ragione». Il disco entra in classifica al 7° posto il 5 febbraio, la settimana successiva al Festival, e arriva al numero uno la settimana dopo, restandoci fino al 30 aprile, quando dovrà lasciare il posto a “Michelle” dei Beatles (ubi maior…), ma resta sul podio per altre 3 settimane, per uscire dai primi 10 solo dopo altre 15 settimane. Come la moda del tempo vuole “Nessuno mi può giudicare” diventa anche un film, diretto da Ettore Maria Fizzarotti, uno dei cosiddetti “musicarelli” che, costato ottanta milioni, diventa un grande successo incassando un miliardo di lire dell’epoca contribuendo alla consacrazione definitiva della Caselli nel panorama musicale italiano. Nel corso degli anni la canzone ha avuto diverse cover, tra cui ricordiamo quella di Ivan Cattaneo inserita nell’album “2060 Italian Graffiati” del 1981, dedicato alla musica beat degli anni 60. Curiosità: Lorenzo Pilat, uno dei compositori della melodia, ha ammesso molti anni dopo l’identità delle prime battute del pezzo, con il classico della canzone napoletana “Fenesta ca lucive” (qui in un’incisione di Enrico Caruso del 1913), anche se l’andamento ritmico è ovviamente del tutto diverso. Nel luglio del 2000 “Nessuno mi può giudicare” è diventata l’inno del primo Gay Pride mondiale svoltosi a Roma, a causa del verso: “Ognuno ha il diritto di vivere come può“.

Autori: Pace / Panzeri / Pilat / Beretta / Del Prete
Anno di pubblicazione: 1966

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