Adriano Celentano – Il ragazzo della via Gluck

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Al di là dei gusti personali è innegabile che Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano sia una delle più famose canzoni italiane di sempre, e uno dei primi esempi di canzone ambientalista del nostro paese. La canzone nasce nel 1966, un momento non facile per il Molleggiato. Anche se i suoi dischi continuano a vendere e ad arrivare ai primi posti della hit-parade, la sua svolta “religiosa” – ispirata  dal suo confessore Padre Ugolino – e la sua critica al mondo “beat”, in un momento in cui Beatles e Rolling Stones stanno trasformando la musica e il costume, lo stanno allontanando da quel pubblico giovane che era stato artefice del suo successo. Anche il fiasco del suo primo film, ‘”Super rapina a Milano“, uscito nel 1964, contribuisce a dagli l’impressione che la sua stella sia tramontando. «Sono durato sei anni: non me l’aspettavo nemmeno – dice in un’intervista – Sapevo che prima o poi sarebbe finita». In realtà, al di là di queste dichiarazioni un po’ sensazionalistiche, Celentano sta progettando un ritorno al Festival di Sanremo dopo la sua partecipazione nel 1961 con la dirompente “24.000 baci“, con cui era arrivato secondo insieme a un altro protagonista del rock’n’roll italiano, Little Tony.  Il fido Luciano Beretta gli propone una canzone scritta con Pace e Panzeri, intitolata “Nessuno mi può giudicare“, di cui incide anche un provino, ma la canzone non lo convince, è troppo “beat” per la sua mutata sensibilità, e dopo aver valutato l’eventualità di passarla a qualche altro componente del Clan, la scarta, preferendo una scelta stilistica completamente diversa. Da alcuni anni, oltreoceano, Bob Dylan sta scrivendo delle pagine importanti per la musica folk-rock: accompagnandosi con la sua chitarra racconta all’America di questioni sociali che finora erano state poco trattate dalla music “pop”. Celentano decide di tentare la carta della ballata folk, mescolando le tematiche ambientali a lui care coi ricordi autobiografici della sua infanzia nel quartiere Greco di Milano, e precisamente in via Gluck, dove al n. 14 è nato il 6 gennaio 1938. Oggi via Gluck è una viuzza grigia soffocata da palazzoni di cemento, nati come funghi negli anni ’60, e al posto della casa dove abitava la famiglia Celentano ora c’è un negozio, e di verde neppure l’ombra, ma ai tempi dell’adolescenza del cantante, quella strada era un agglomerato di case, di officine artigianali, qualche magazzino e tanti prati che arrivavano al naviglio della Martesana. Ed è a questo mondo che Celentano si ispira per Il ragazzo della via Gluck, come ha raccontato in un’intervista del 2016 a Repubblica.it: «Avvertivo, pur essendo così piccolo, quanto ero felice. Libero di correre sui prati. Di sporcarmi, senza temere nulla, protetto da tutta la famiglia e dai miei amici… Anche loro liberi e felici come me di correre sui prati. Poveri, certo, ma bastava stare insieme e condividere quello che c’era. “Gente tranquilla che lavorava…”. Giocavo alla sassaiola, facevo il bagno nel naviglio della Martesana rischiando le “botte” da mia madre che aveva paura che che annegassi. Scrissi Il ragazzo della via Gluck anni dopo, ma nel tempo che trascorse non smisi mai di avvertire il pericolo che il mondo stava correndo con la cementificazione selvaggia. Evidentemente era innata in me la coscienza ambientalista, un grido di dolore contro chi stava minacciando la vita e il pianeta stesso». Celentano scrive la canzone insieme a Luciano Beretta e Miki Del Prete, che collaborano con lui fin dal 1959. Beretta era considerato il “poeta” del Clan, del quale è stato il paroliere principale sino ai primi anni ’70 (sua per esempio “Pugni chiusi” dei Ribelli di Demetrio Stratos), e autore con Del Prete, tra le altre, di “Chi non lavora non fa l’amore” e di tanti altri successi di Celentano. Con la nuova canzone dunque Adriano parte per Sanremo. Nella stessa intervista il molleggiato ha raccontato: «Ricordo che partii dalla stazione Centrale di Milano per andare al Festival e stranamente ero da solo con una piccola valigia». La realtà è ben diversa, ben lontana dal ricordo naif del cantante. Altro che “da solo con una piccola valigia”… Celentano si fa accompagnare nella sua trasferta a Sanremo da una cinquantina di persone: il gruppo dei Ribelli, dei quali impone la partecipazione al festival, i funzionari della sua casa discografica, mogli, fidanzate e amici; il suo entourage occupa un intero vagone ferroviario e un intero piano di un albergo di Arma di Taggia! Ma non tutto va liscio sul palco del Salone delle feste del Casinò di Sanremo (dove si tiene il Festival), anzi. Già nel sorteggio a Celentano tocca la più ingrata delle sorti per chi si esibisce al Festival: essere il primo ad esibirsi.  Il cantante comincia a suonare la chitarra, ma poi si interrompe e dice: “Ripeto“. Ci sono alcune polemiche, perché così in effetti un cantante sta più tempo sul palco e ha modo di fare meglio entrare in testa l’inizio di una canzone, che spesso ne rappresenta la parte più immediatamente riconoscibile. «Non avevo nessuna intenzione di fare lo spiritoso – si giustificherà Celentano – Ero preoccupato perché mi mancava il microfono per la chitarra. Quando il valletto me l’ha portato all’orchestra, che già stava attaccando, ho detto appunto: “Ripeto”. Non era mia intenzione far ridere». Ma già l’insofferenza del pubblico e dei giornalisti sta crescendo, e la situazione precipita quando la canzone viene eseguita dal Trio Clan, ovvero Ico Cerutti, Pilade e Gino Santercole (il regolamento infatti prevede che ogni canzone sia eseguita da due cantanti). L’esibizione del trio è imbarazzante: sembrano distratti, ondeggiano da una parte all’altra e ridacchiano tra una strofa e l’altra, massacrando di fatto la canzone.  «Sembravamo tre ubriachi – ha raccontato Gino Santercole alla fanzine “Il Celebre” – Eravamo tutti e tre emozionati, e ci notò in questo stato Gino Paoli: “dai, dai ragazzi…” e ci offrì del whisky, poi passò Adriano che ci vide così e disse: “Uhè state calmi, che poi cantiamo e chi se ne frega. Se poi vinciamo tanto meglio”. E ci disse: “Tòh, prendete un tranquillante, almeno vi rilassa un po’…”. Solo che avendo bevuto prima il whisky, questo fece una reazione strana. Eravamo come ubriachi, poi c’ero io che dimenticavo le parole, facevo un casino della Madonna». Il risultato di queste brutte premesse è che la canzone viene clamorosamente bocciata dalla giuria e anche la giuria di giornalisti che ha la possibilità di ripescare due brani tra quelli eliminati, preferisce salvare “Se tu non fossi qui” di Peppino Gagliardi e “Così come viene” di Remo Germani. Il ragazzo della via Gluck è quindi escluso dalla Finale e se Celentano abbozza e commenta con un mezzo sorriso: «E va bene, non è mica morto nessuno. Non credo che sono finito», lo stesso non si può dire dei fedelissimi del Clan, che che invadono polemicamente il Casinò e sostengono con eccessivo vigore I Ribelli, unici rappresentanti dell’etichetta rimasti in gara, fino a portare all’intervento delle forze dell’ordine e addirittura alla denuncia a piede libero di Miki Del Prete. Detto per inciso, “Nessuno mi può giudicare“, da Celentano rifiutata e passata a Caterina Caselli, arriva seconda. Anche alcuni dei cantanti in gara attribuiscono parte della responsabilità del fallimento della canzone al Trio Clan. Dirà Gigliola Cinquetti: «Quella di Celentano è una canzone bellissima. Se non ci fosse stato quel Trio ad accompagnarlo»; le fa eco Bobby Solo: «La ballata di Celentano è molto bella e mi è piaciuta tantissimo, anche perché la sua storia è un po’ quella di tutti noi cantanti. Non mi aspettavo la sua esclusione. Forse Adriano era male accompagnato. A causa delle “seconde esecuzioni” spesso la finale è privata di parecchi nomi celebri». Qualche giorno dopo Adriano racconta in un’intervista al settimanale “Bolero“: «Prima del festival ho detto: O vinco, o mi sbattono fuori subito. Mi hanno sbattuto fuori subito, e dico la verità, non ne faccio un dramma. Mi sarebbe bruciato di più se, da finalista, fossi stato poi battuto da qualcun altro. Le giurie, al primo ascolto, non mi hanno capito. Incidente chiuso: sono contento di essere arrivato…ultimo! Sono andato a Sanremo, io che fortunatamente ne posso fare a meno, per l’unica ragione di valorizzare i miei ragazzi. Capita sovente che io offra la mia partecipazione in cambio del lancio dei miei giovani artisti. E’ stato così anche per Sanremo. Se non fossi andato io, molto probabilmente i miei Ribelli e il mio Trio non sarebbero stati ammessi al Festival». La rivincita però, per questa canzone così importante per Celentano, non tarda ad arrivare. Il 5 febbraio Il ragazzo della via Gluck è terza in classifica (al primo posto come di prammatica c’è la canzone vincitrice del Festival, “Dio come ti amo“), nelle settimane seguenti perde alcune posizioni, ma ai primi di marzo sale fino al secondo posto rimanendo nelle prime tre posizioni fino al 30 aprile e risultando alla decima posizione dei singoli più venduti del 1966. Il ragazzo della via Gluck è stata tradotta in diverse lingue: col titolo “Tar and cement” è stata incisa in Inghilterra da Verdelle Smith, Caroline Munro e l’irlandese Joe Dolan; sempre in inglese, ma col titolo “The story of a country boy” è cantata dai belgi The Cousins; la cantante Anna-Lena Löfgren ne inciderà una versione in svedese intitolata “Lyckliga gatan” e una in tedesco intitolata “Immer am Sonntag”; ha anche una versione in ceco con il titolo “Závidím’ da Jiří Grossmann” e una in spagnolo intitolata “La casa donde yo crecí“. Ma la versione più famosa è quella in francese di Françoise Hardy, che la interpreta lo stesso anno di Sanremo col titolo “La maison où j’ai grandi” facendone un grande successo. Nel giugno dello stesso anno Giorgio Gaber, amico di Celentano e che aveva anche fatto una cover della canzone, scrive una replica alla canzone dell’amico: “La risposta al ragazzo della via Gluck“. Il brano di Gaber racconta di un ragazzo che vive in un palazzo che viene demolito “per farci un prato. L’amore è bello ma non è tutto, e per sposarsi occorre un tetto. E’ ora di finirla di buttare giù le case per farci i prati. Cosa ci interessano a noi i prati! Ma perché non buttano giù i palazzi del centro? Macché, sempre noi della periferia ci andiamo di mezzo“.

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Autori: Celentano / Beretta / Del Prete
Anno di pubblicazione: 1966

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