Queen – Another one bites the dust

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E’ opinione di molti che Freddie Mercury, oltre che cantante e indiscusso frontman, fosse anche l’autore di tutte le canzoni dei Queen, o perlomeno di quelle più famose. Niente di più sbagliato, e la dimostrazione è “Another one bites the dust“, enorme successo sui due lati dell’Atlantico, composta dal bassista John Deacon, e canzone con cui la band entra nelle discoteche in modo massiccio. Tutto parte dalla frequentazione di Deacon con gli Chic presso il loro studio di registrazione, dove sviluppa una linea di basso evidentemente ispirata a “Good Times” della band di Nile Rodgers e Bernard Edwards. Il bassista è affascinato dalla musica disco che sta impazzando nel mondo, come ha raccontato lui stesso: «Avrei voluto fare un brano come “Another One Bites the Dust” da un po ‘, ma all’inizio tutto ciò che avevo era la linea e il riff di basso. A poco a poco, l’ho riempito e la band ha aggiunto idee. La sentivo come una canzone per ballare ma non avevo idea che sarebbe diventata così popolare». In studio Deacon suona quasi tutti gli strumenti: oltre al basso, la chitarra ritmica e solista, il pianoforte e alcune percussioni, oltre al battito di mani che – campionato – si ripete in loop per tutto il brano. Brian May si limita ad aggiungere qualche effetto di chitarra e Roger Taylor il giro di batteria, con un suono molto smorzato che il batterista ottiene molto artigianalmente riempiendo tutti i tamburi di coperte e stracci. Quando Freddie Mercury arriva in studio la canzone è già a buon punto, manca solo la voce solista, e Deacon è l’unico dei 4 Queen che non canta. Ha raccontato Brian May: «Fu davvero un fantastico lavoro da parte di Freddie. La canzone era di Deacy (Deacon, ndr), ma John non canta, quindi stava cercando di suggerire a Freddie come doveva essere, e Fred appena entrato ha martellato e martellato fino a che la sua gola ha retto … era davvero ispirato dalla canzone e penso che l’abbia portata a un altro livello». Le registrazioni hanno luogo ai Musicland Studios di Monaco di Baviera, fondati da Giorgio Moroder, insieme al tecnico del suono Reinhold Mack che figurerà anche come co-produttore insieme alla band stessa, e in studio vengono aggiunti diversi effetti, nastri suonati al contrario o a diverse velocità, il tutto poi filtrato attraverso un harmonizer. Uno degli esempi più evidenti di questo lavoro è il suono prolungato che precede l’ingresso della voce di Mercury, ottenuto con un accordo di pianoforte mandato al contrario. In tutta la canzone non si fa uso di sintetizzatori, e in effetti in tutti i primi album dei Queen sulla copertina appariva la scritta “No synthesizers!“, anche se è proprio sull’album “The Game” – che contiene “Another one bites the dust” – che i sintetizzatori faranno la loro prima apparizione. Quando il 30 giugno 1980 viene pubblicato l’album “The Game” – che ha il compito di risollevare le quotazioni della band che dopo “Jazz” e “Live Killers” sono alquanto in ribasso – nessuno del gruppo pensa di pubblicare “Another one bites the dust” come singolo. In particolare è il batterista Roger Taylor a opporsi, in quanto la ritiene troppo lontana dallo stile dei Queen. Un giorno, nel backstage di un concerto della band al Forum di Los Angeles, si presenta Michael Jackson, che è un grande amico di Freddie Mercury e un fan dei Queen. «È un pezzo fantastico – dice Michael a Freddie – Pubblicatelo e finirà in cima alle classifiche!». Beh, capite che se Michael Jackson vi dice una cosa del genere, è difficile non dargli retta, e così il 22 agosto 1980 “Another one bites the dust” viene pubblicato come quarto singolo tratto dall’album, e la scelta si rivelerà quanto mai azzeccata. Alcune radio nere americane iniziano a suonare il disco che diventa presto molto popolare anche nelle discoteche, con pubblico e anche alcuni giornalisti convinti che a cantare sia un uomo di colore. In effetti è grazie a questa canzone che i Queen diventano popolari anche negli Stati Uniti. Ha raccontato Bernard Edwards, bassista degli Chic: «Beh, quel disco dei Queen è nato perché Deacon ha trascorso un po’ di tempo con noi nel nostro studio. Ma va bene. Quello che non va bene è che la stampa ha iniziato a dire che li avevamo copiati! Riesci a crederci? “Good Times” è uscito più di un anno prima, ma era inconcepibile per queste persone che dei musicisti neri potessero essere così innovativi!». Il singolo raggiunge la vetta della classifica di Billboard – che mantiene per 3 settimane – e arriva al primo posto anche in Canada, Spagna, Israele, entrando comunque nella Top 10 in quasi tutto il mondo, Italia compresa, dove arriva al 10° posto. La canzone viene utilizzata per alcune scene della colonna sonora di “Rocky III“, prima di essere poi sostituita da “Eye of the tiger” dei Survivor, come abbiamo già raccontato. Infine una curiosità legata al presunto utilizzo di messaggi subliminali nella musica rock: agli inizi degli anni 80 la canzone viene accusata da alcuni gruppi di Cristiani Evangelici per il ritornello che, suonato al contrario, suonerebbe come “Start to smoke marijuana“. Effettivamente, con un po’ di fantasia, qualcosa di simile sembra di udirlo, ma la Hollywood Records – l’attuale etichetta dei Queen – ha smentito che un tale messaggio sia contenuto nella canzone. Che poi ascoltandola qualcuno decida di rilassarsi come meglio crede, beh… questa è un’altra storia.

Autore: John Deacon
Anno di pubblicazione: 1980

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