Matia Bazar – Vacanze Romane

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Il Festival di Sanremo del 1983 è senz’altro da annoverare – nonostante il successo della manifestazione – tra le edizioni più assurde per quanto riguarda le classifiche. Da ricordare il penultimo posto di “Vita spericolata” di Vasco Rossi (vedi lo speciale Storie di Sanremo) e addirittura la mancata ammissione alla finale di “1950” di Amedeo Minghi, mentre a vincere è la sconosciuta Tiziana Rivale, che dopo questo exploit pian piano tornerà nell’ombra. Ma la canzone che può forse essere considerata la vincitrice morale del Festival è senza dubbio “Vacanze Romane” dei Matia Bazar, che arriva quarta nella classifica finale e che vince il Premio della critica. Il gruppo genovese che si presenta sul palco di Sanremo però è ben diverso da quello che molti conoscono. Nati nel 1975 dall’unione di Carlo Marrale (chitarra e voce), Piero Cassano (tastiere) e Aldo Stellita (basso), che provengono dai Jet, una band di progressive rock, col batterista Giancarlo Golzi, proveniente da un’altra band storica del progressive italiano, i Museo Rosembach, e la cantante Antonella Ruggiero, i Matia Bazar si impongono subito, fin dal disco d’esordio “Stasera che sera”, come un gruppo di pop-rock leggero, ma non privo di una raffinatezza superiore a tanti gruppi italiani contemporanei. Nonostante qualche incursione nel vecchio amore di Marrale, il progressive, la loro è comunque innegabilmente musica leggera, almeno fino al 1981 quando Mauro Sabbione subentra a Piero Cassano come tastierista. Che qualcosa sia cambiato lo si capisce chiaramente dall’album “Berlino, Parigi, Londra“, e dal singolo “Fantasia“: via il pop leggero e scanzonato degli esordi, e via anche ogni tentazione progressive. I tempi stanno cambiando e da oltremanica arrivano questi nuovi ritmi elettronici destinati a caratterizzare in modo indelebile il decennio appena iniziato. Ma non è facile in Italia cambiare radicalmente senza perdere in credibilità, e i Matia Bazar non vengono presi troppo sul serio dalla critica, che non dà credito alla sincerità della loro svolta stilistica. Arriviamo così al 1983. Il gruppo sta preparando un nuovo album, il secondo del nuovo corso, “Tango“, arricchito dagli arrangiamenti di Sabbione, il disco che deve assolutamente convincere pubblico e critica del valore dei “nuovi” Matia Bazar. Inoltre devono partecipare al Festival di Sanremo e la prima canzone proposta, “Palestina“, è stata censurata dalla RAI. Carlo Marrale allora torna con la mente ai primi anni 70, quando coi Jet si esibiva al Number One, un noto locale di Sanremo (coincidenza?). Una sera il proprietario del locale chiede al gruppo di allungare la scaletta, ma il repertorio è finito, così Marrale alla chitarra improvvisa alcune note, che diventeranno la base per la futura “Vacanze Romane”. Non ci pensa più per anni ma, come ha detto lo stesso Marrale, quelle note vengono immagazzinate in un angolo del suo cervello. Dieci anni dopo il gruppo si trova ad Asiago per una manifestazione condotta da Vittorio Salvetti, e mentre aspetta che i compagni scendano dalle loro camere, Marrale si siede al pianoforte della hall dell’albergo e mentre sfiora i tasti riaffiorano quelle note apparentemente dimenticate. Gli sembrano tutto sommato belle, così comincia a lavorarci in pullman durante gli spostamenti per le tournée con una tastierina elettronica, ed è – come ha raccontato lui stesso – tra Napoli e Roma che arrivano le note dell’intro, che si raccordano perfettamente con l’abbozzo di strofa che aveva già composto. Manca però ancora l’inciso, e intanto siamo arrivati all’incisione di “Tango” e a ridosso del Festival. Una sera a casa di Claudio Cecchetto, un amico per cui aveva composto alcuni jingle per la nascente Radio Deejay, ne riascolta uno che sembra perfetto per il ritornello. Anche Cecchetto è costretto ad ammettere che è sprecato per un jingle, così Marrale torna a casa, prova ad attaccare insieme le varie parti e con emozione si rende conto che insieme suonano perfettamente. In studio fa ascoltare ai membri del gruppo la canzone e dai loro sorrisi capisce che hanno per le mani qualcosa di grande. Il bassista Aldo Stellita compone il testo in un paio d’ore (anche se verrà accreditato poi a Giancarlo Golzi), e insieme al produttore Roberto Colombo realizzano un particolare arrangiamento, in miracoloso equilibrio tra elettronica e rétro. Ricorda Carlo Marrale: «Nel pomeriggio, con l`incantevole interpretazione di Antonella, prese forma quell’ammasso di note da anni in cerca d`autore. Ricorderò per sempre quel giorno e tutto quel periodo veramente magico». Sul palco dell’Ariston l’impatto visivo e sonoro del gruppo è notevole: vestiti di bianco, capelli corti, microfoni vintage, con Antonella Ruggero bellissima ed elegante in guanti bianchi e trucco rétro, e una melodia splendida, una sorta di béguine elettronica, abbinata a testi che pescano nell’immaginario della “Dolce Vita” della capitale con immagini decadenti e raffinate. Come detto la canzone arriva quarta, ma vince il Premio della Critica, arriva al primo posto in classifica e sarà il quarto singolo più venduto del 1983, nonché una delle più famose canzoni del gruppo e in assoluto uno dei vertici creativi della loro carriera.

Autori: Carlo Marrale / Giancarlo Golzi (Aldo Stellita, non accreditato)
Anno di pubblicazione: 1983

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