Mike Oldfield – Tubular Bells

Fai sapere che ti piace!

Ok, lo so, forse “Tubular Bells” non è una “canzone” in senso stretto, non ha strofe e ritornello e non ha una parte cantata, ma si tratta senza dubbio di una delle opere più importanti della musica rock degli ultimi decenni… e a voler essere precisi non è neanche rock, in quanto la sua essenza sfugge a ogni tentativo di etichettatura, convivendo nei suoi 48 minuti classica, folk, progressive, minimalismo, ambient e chi più ne ha più ne metta.

Mike Oldfield è quel che si definirebbe un “bambino prodigio”. Comincia a suonare la chitarra giovanissimo: per sfuggire dai problemi che ci sono in casa (la madre è vittima di violenze domestiche e finirà alcoolizzata fino a essere chiusa in manicomio) si chiude nella sua stanza perfezionando lo studio della chitarra. Nel 1968, a 15 anni, con la sorella Sally, di sei anni maggiore, fonda il duo folk Sallyangie che incide il disco “Children of the Sun”, non esattamente un successo commerciale. Dopo lo scioglimento dei Sallyangie, Oldfield forma i Barefoot, un duo con il fratello Terry. Successivamente entra a far parte di The Whole World, band di Kevin Ayers, ex bassista dei Soft Machine, dove tra l’altro conosce David Bedford con cui collaborerà in futuro. Con questa band il 17enne Oldfield incide un solo album, “Shooting at the Moon ai mitici Abbey Road Studios. Durante i mesi della registrazione, Oldfield rimane affascinato dalla quantità di strumenti presenti nello studio, e ogni mattina arriva presto in studio, prima dell’inizio delle session, per sperimentare coi vari strumenti e imparare a suonarli. Quando la band si scioglie, Ayers lascia a Oldfield un registratore a 2 piste, che Mike modifica bloccando una delle testine di cancellazione. Questo trucchetto gli permette di sovraincidere vari strumenti, e nel suo piccolo appartamento londinese, usando la chitarra, il basso, alcune percussioni giocattolo e un organo Farfisa compone e registra vari brani e soprattutto una lunga composizione che intitola, provvisoriamente e un po’ pomposamente, “Opus One” (“Opera Prima”). Le basi di “Tubular Bells” sono gettate. Verso la fine del 1971 Oldfield si unisce alla band del musicista blues e reggae Arthur Louis che sta registrando ai Manor Sudios, ricavati in un vecchio maniero a Shipton-on-Cherwell, nell’Oxfordshire, che è stato recentemente acquistato dal giovane imprenditore Richard Branson – all’epoca appena 21enne e che è stato trasformato in una struttura di registrazione. La direzione musicale degli studi è gestita da Tom Newman e Simon Heyworth, e Oldfield, nonostante la sua proverbiale timidezza e la sua difficoltà coi rapporti umani, stringe amicizia coi due produttori soprattutto dopo che lo hanno sentito suonare la chitarra. Il giovane Oldfield fa avere ai due una copia dei suoi demo con la promessa che li faranno ascoltare a Branson e al suo socio Simon Draper. Ma i mesi passano e non ricevendo nessuna risposta, Oldfield inizia a girare tutte le principali etichette discografiche, tra cui la EMI e la Cbs, ma ricevendo sempre un rifiuto: un pezzo che dura un’intera facciata di un Lp, a opera di un giovane sconosciuto che suona tutti gli strumenti, e soprattutto senza nessuna parte cantata… poco ci manca che non gli ridano in faccia! La telefonata di Draper arriva quando ormai Oldfield è scoraggiato, deluso e preoccupato per il suo sostentamento. Draper lo invita a cenare con lui e Branson sulla casa galleggiante di quest’ultimo ormeggiata a Londra, e durante la cena Branson dice a Oldfield che gli è piaciuta la musica che ha ascoltato nei demo e lo invita a tornare ai Manor Studios e trascorrervi una settimana per registrare “Opus One”. Branson ha solo tre anni più di Oldfield ma è già uno scaltro uomo d’affari, e ha appena fondato una nuova etichetta discografica, la Virgin Records: il disco di Mike sarà la prima pubblicazione della nuova etichetta. Da allora la Virgin è diventata una grande azienda, con una compagnia aerea, negozi di dischi e un servizio di telefonia mobile. Nel novembre del 1972 Oldfield finalmente entra in studio, e non più come accompagnatore; il disco viene registrato su un registratore Ampex da 2 pollici a 16 tracce, e prima della registrazione il musicista chiede alla Virgin di procurargli vari strumenti, tra cui chitarre, varie tastiere e strumenti a percussione. Quando arriva allo studio nota in un angolo delle campane tubolari (“tubular bells”) rimosse dallo studio dopo che John Cale ha terminato delle registrazioni, e chiede di poter usare anche quelle. Viv Stanshall, ex membro della Bonzo Dog Doo-Dah Band, deve usare lo studio dopo Oldfield per il suo primo album solista, e arriva durante le registrazioni. Mike chiede a Stanshall di introdurre  gli strumenti nella sezione finale di “Opus One” – e difatti sui credits del disco Stanshall viene indicato come “Maestro di Cerimonie” – e gli scrive l’elenco in ordine degli strumenti, visto che il cantautore sbaglia spesso e si dimentica i nomi esatti. Per ultime ci sono le campane tubolari, e il modo enfatico in cui Stanshall dice “Plus… Tubular Bells!” dà a Oldfield l’idea per il titolo del disco. L’album viene pubblicato il 25 maggio 1973, dieci giorni dopo che il musicista ha compito 20 anni! Inizialmente le vendite sono scarse, finché il regista William Friedkin non decide di inserire un piccolo estratto della prima parte della suite nella colonna sonora del film “L’Esorcista“, cosa che dà all’album una notevole pubblicità, sino a farlo balzare al primo posto nelle classifiche di vendita britanniche dove rimane per 247 settimane. L’influente DJ inglese John Peel è uno dei primi ammiratori del disco e lo suona per intero nel suo programma radiofonico Top Gear, sulla BBC,  il 29 maggio 1973, quattro giorni dopo l’uscita dell’album, definendolo «uno degli LP più impressionanti che ho mai avuto la possibilità di suonare alla radio, davvero un record notevole». Anche le maggiori riviste musicali del Regno Unito sono unanimi nel lodare l’album. Al Clark di New Musical Express scrive che «la vera e propria orgia di sovraincisioni si traduce in un notevole brano di musica, che non si accontenta mai di ciò che è puramente facile ma ugualmente poco incline a confondere l’ascoltatore – concludendo che – Tubular Bells”  è un disco superlativo che non deve nulla ai capricci contemporanei ed è uno dei brani più maturi, vitali e ricchi che siano emersi dal mondo del pop». Geoff Brown di Melody Maker così scrive: «Tubular Bells” è un lavoro vasto, quasi classico nella sua struttura e nel modo in cui un tema è affermato e abilmente lavorato – e che è – un album piacevole ed evocativo che fa ben sperare per il futuro sia della nuova etichetta sia di Mike Oldfield». Oldfield tornerà spesso a Tubular Bells: nel 1975 viene pubblicato “The Orchestral Tubular Bells“, arrangiata dal vecchio amico David Bedford ed eseguito dalla Royal Philarmonic Orchestra, con lo stesso Oldfield alla chitarra; negli anni novanta usciranno “Tubular Bells II” (1992), “Tubular Bells III” (1998) e “The Millennium Bell” (1999); Infine, nel 2003 Oldfield ha pubblicato “Tubular Bells 2003″, una nuova registrazione, realizzata con tecnologia interamente digitale, rispettando fedelmente la partitura originale. A luglio 2017 “Tubular Bells” ha trascorso un totale di 286 settimane nella classifica degli album inglesi; ha venduto oltre 2.630.000 copie nella sola Inghilterra e si stima che abbia venduto oltre 15 milioni di copie in tutto il mondo. Nel 2013 Richard Branson, commentando i progetti della Virgin Galactic, una compagnia creata per realizzare un’offerta di voli spaziali suborbitali per il mercato commerciale, ha detto. «Non avrei mai pensato che la parola” tubular bells “avrebbe avuto un ruolo così importante nelle nostre vite … La Virgin sta per andare nello spazio, e molto probabilmente non sarebbe mai esistita se non avessimo affittato quello strumento particolare».

Compositore: Mike Oldfield
Anno di pubblicazione: 1973

 

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*