Leonard Cohen – Hallelujah

Fai sapere che ti piace!

Clientela speciale quella mattina del luglio 1984 in un piccolo caffè di Parigi. Seduti a un tavolino appartato nientemeno che Bob Dylan e Leonard Cohen, vale a dire i due massimi esponenti della poetica ebraica in musica. Dylan ha suonato la sera prima e adesso stanno discorrendo di musica e si scambiano impressioni prendendo un caffè. Cohen accenna a Dylan una parte di questa nuova canzone che ha composto “Hallelujah” e a Dylan piace molto. Gli chiede di quante strofe sia composta e Cohen risponde che sono circa un’ottantina, ma la canzone non è ancora del tutto terminata. “Quanto tempo ci hai messo a scriverla?” domanda Dylan. “Due anni” risponde Cohen, che ricorda: «Ho mentito in realtà. Era molto più di un paio d’anni, forse cinque». Poi il canadese domanda a Dylan quanto tempo abbia impiegato per comporre una canzone che lui ama molto “I and I” – inclusa nell’album “Infidels” – e Dylan risponde: “15 minuti”. Lo stesso Cohen ricorda una delle tante sessioni dedicate alla scrittura della canzone, in una stanza d’albergo a New York, seduto sul pavimento in mutande e sbattendo la testa per terra dicendo “Non riuscirò mai a finirla”. Alla fine, dopo cinque anni, Cohen decide che è ora di incidere la canzone prima di esserne sopraffatto. A malincuore sceglie sei strofe tra le oltre 80 che ha scritto ed entra ai Metropole Studios di New York insieme al produttore John Lissauer, che si occupa anche degli arrangiamenti dell’intero album “Various Positions“. La versione originale, come registrata nell’album, contiene numerosi riferimenti biblici, in particolare le storie di Sansone e Dalila dal Libro dei Giudici, così come riferimenti al Re David e a Betsabea. Il tema religioso non è però l’unico argomento attorno al quale ruota il brano, che tratta anche di una storia d’amore finita male e di un amore che è diventato stantio. Anche il tema del sesso ha un ruolo importante nel brano, ulteriormente accentuato nella versione incisa dal vivo nel 1988 e in seguito pubblicata nell’album Cohen Live del 1994. L’autore stesso cercò di spiegare, almeno in parte, in significato della canzone: «Alleluia è una parola ebraica che significa”Gloria al Signore”. La canzone spiega che esistono diversi tipi di alleluia, e tutti gli alleluia perfetti e quelli infranti hanno lo stesso valore. È un desiderio di affermazione della vita, non in un qualche significato religioso formale, ma con entusiasmo, con emozione. So che c’è un occhio che ci sta guardando tutti. C’è un giudizio che valuta ogni cosa che facciamo». La lavorazione del disco non è una cosa facile, in quanto la casa discografica Sony è dell’idea che il materiale su cui il cantautore sta lavorando non sia abbastanza buono. In effetti il singolo quando esce non riscuote alcun successo, e Cohen include la canzone nel suo repertorio live cambiando, come abbiamo visto, ogni tanto qualche parte del testo. Facciamo un salto in avanti, al 1991. John Cale, fondatore dei mitici Velvet Underground, e grande fan di Cohen, gli chiede il permesso di incidere una cover della canzone e gli domanda il testo originale. Cohen gli invia un fax di 15 pagine, e Cale sceglie le strofe che più gli piacciono, tralasciando molti dei riferimenti biblici e religiosi originali e dando al sesso un ruolo fondamentale. La versione di Cale viene pubblicata sull’album tributo a Leonard Cohen del 1991, “I’m Your Fan“, e inclusa anche nel suo album solista del 1992, “Fragments Of A Rainy Season“. È a questo punto che “Hallelujah” inizia la sua seconda vita. Un giovane cantautore americano, Jeff Buckley, figlio di Tim Buckley, innovativo artista morto ad appena 28 anni per overdose, ascolta la versione di Cale, se ne innamora e inizia a inserirla in chiusura dei suoi concerti creando nel pubblico, solitamemte piuttosto rumoroso, quasi un religioso silenzio. Buckley incide la canzone nel suo album di debutto, “Grace“, del 1994, ma la sua emozionante versione di “Hallelujah” diviene famosa solo dopo la sua prematura morte nel 1997, tanto da fare pensare molti giovani che lui ne sia anche l’autore. Da questo momento le versioni della canzone si moltiplicano, viene utilizzata in programmi televisivi e film, come per esempio nel 2001 in “Shrek“, nella versione del canadese Rufus Wainwright, che allarga la popolarità della canzone anche presso il pubblico più giovane. A tutt’oggi sono state incise oltre 180 cover del brano, e molti sono gli artisti che hanno  eseguito il brano dal vivo nel corso dei loro concerti, e si stima che siano più di 300 le versioni della canzone, una canzone che la Sony non voleva pubblicare perché “non abbastanza buona”. Il proliferare delle reinterpretazioni della canzone ha inizialmente infastidito Cohen, che nel 2009 ha dichiarato di considerare eccessivo il numero degli interpreti del brano, cambiando in seguito idea e dicendosi felice che il suo brano venisse cantato da altri… anche perché i diritti d’autore non devono essere stati proprio spiccioli! Per la sua forza evocativa la canzone è stata inserita spesso in film e telefilm: la versione di John Cale appare in “Scrubs“, quella di Buckley, tra gli altri, in “Dr. House“, “Senza traccia“, “Criminal Minds“, “E.R. Medici in prima linea” e “Grey’s Anatomy“.
Dopo la morte di Cohen nel 2016, la sua versione originale è tornata in classifica arrivando fino alla posizione 59, costituendo il debutto del cantautore nella Hot 100.

Autore: Leonard Cohen
Anno di pubblicazione: 1984

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*