Gianni Morandi – C’era un ragazzo (che come me amava i Beatles e i Rolling Stones)

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È il 1966, un giovane cantautore senese, Mauro Lusini, si presenta al produttore e paroliere Franco Migliacci con una canzone sul Vietnam cantata in un inglese maccheronico. Migliacci, che è una vecchia volpe e ha composto, tanto per capirci, “Nel blu dipinto di blu” insieme a Domenico Modugno, oltre a canzoni per tanti altri, da Patty Pravo a Fred Bongusto, da Rita Pavone a Gianni Morandi, intuisce subito il potenziale della canzone e una sera, in un’osteria romana, in circa 10 minuti tra il primo e la pietanza, riscrive il testo in italiano e la intitola “C’era un ragazzo (che come me amava i Beatles e i Rolling Stones)“. Lusini è fiero di quel testo scritto apposta per lui e pensa di avere finalmente la grande opportunità di farsi notare sulla scena di quegli anni. Ma qui entra in scena Morandi, già amico e collaboratore di Migliacci, in cerca di un rilancio con un repertorio più “impegnato” e maturo, che si innamora della canzone e insiste per inciderla. I discografici della RCA si oppongono preoccupati. Ricorda Morandi: «Il direttore, Ennio Melis, che fino a quel momento era stato uno degli artefici del mio successo, disse che sarebbe stata la mia rovina: Morandi non può cantare una canzone così rivoluzionaria. La gente vuole un Gianni romantico, sorridente, l’eterno spensierato giovincello che si incontra sotto casa, non un sobillatore. La contestazione la facessero altri!». Ma il cantante di Monghidoro tiene duro e riesce ad averla vinta e indice il disco, con la collaborazione di Lusini alla chitarra acustica. Nell’ottobre 1966 i due ragazzi partecipano alla terza edizione del Festival delle Rose, a Roma, edizione caratterizzata dalla massiccia presenza della musica beat e dalla protesta giovanile. Ma i mass-media italiani dell’epoca non sono ancora pronti per la rivoluzione. Poco prima dell’inizio Migliacci è raggiunto telefonicamente da un infuriato Melis, il quale gli passa al telefono i dirigenti RAI che gli impongono di cambiare il testo della canzone, minacciando Morandi di oscurarlo se pronuncerà le parole “Vietnam” e “Vietcong“. Secondo quanto ha raccontato Morandi stesso «Dissero che avevano già una soluzione: mettere “Corfù” e “Cefalù” al posto di “Vietnam” e “Vietcong”. Cefalù? Corfù? Ma stiamo scherzando? Migliacci non poteva accettare una simile presa di posizione, anche se la pena era l’oscuramento». Si arriva a dire che il nostro Paese, per voce di uno dei più popolari interpreti della canzone, non può permettersi di schierarsi contro una nazione amica e Migliacci e Morandi rischiano addirittura il ritiro del passaporto. Migliacci raggiunge Morandi in camerino poco prima dell’esibizione e gli spiega la situazione, prospettandogli una soluzione: invece che Vietnam e Vietcong, Morandi dovrà cantare: M’han detto vai ta-tatà e spara tatatà… tara-ta-ta-ta, tara-ta-ta-ta. Il cantante recepisce il messaggio e si presenta sul palco. Racconta ancora Morandi: «Entrando mi accorsi della presenza di ombre minacciose nascoste tra le quinte del teatro. Ero circondato da tutto lo stato maggiore musical-televisivo di quegli anni, uno schieramento che mi procurava eccitazione». La prima strofa viene cantata censurando le parole “incriminate”, come proposto da Migliacci, ma quella troncatura rischia di snaturare il senso stesso della canzone rendendola banale. «Mi sentivo come dai Salesiani, represso dalla disciplina di un collegio. La prima canzone per cui avevo lottato cosi tanto… ma dai, questo non si poteva fare!» racconta Morandi, che nella ripresa trova la forza di trasgredire e canta con forza e convinzione “Nel suo Paese non tornerà, adesso è morto nel Vietnam! Stop coi Rolling Stones, stop coi Beatles stop!”. Nonostante le polemiche che seguirono – o forse anche grazie a queste – la canzone diventa un successo e la RCA ristampa il singolo, con sul Lato B Se perdo anche te – cover di Solitary Man di Neil Diamond – con un nuovo arrangiamento affidato a Ennio Morricone, che raggiunge la prima posizione per due settimane nel 1967 e diventa in breve un classico della canzone italiana. Il suo successo varca i confini nazionali e tra le molte cover ricordiamo quella di Joan Baez, che la canta in italiano nelle calde tournées del 1967 e del 1970. A dimostrazione dell’universalità dei suoi contenuti – anche se un po’ ingenuamente semplicistici – ne furno incise anche una versione in portoghese, portata al successo in Brasile dal gruppo Os Incríveis nel 1968, una in greco dei We Five (in cui militava un giovanissimo Demis Roussos), una in russo resa famosa nel 1968 dal gruppo sovietico Poyushchiye Gitary, e persino una in bulgaro del cantante Boris Godjunov.

Autori. Migliacci / Lusini
Anno di pubblicazione: 1966

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