Fabrizio De Andrè – Via del Campo

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Chi oggi visita Genova e si trova a passare per Via del Campo faticherà a ritrovare le atmosfere cantate da Fabrizio De Andrè nella sua famosissima canzone. La riqualificazione del centro storico di Genova, fino a pochi decenni fa molto degradato, se ha reso più vivibili certi vicoli ha anche tolto l’antico smalto e il fascino peccaminoso che fino a qualche decennio fa li contraddistingueva. In onore dell’artista, alcuni giovani hanno scritto la celebre frase “Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior” su un muro della via. Un graffito che, in altri contesti avrebbe infastidito la città, ma che in questo caso è come un caldo e tenero ricordo. Ma negli anni 60, quando il giovane De Andrè si muoveva fra i carrugi (vicoli) della città vecchia adiacente al porto, via del Campo era un luogo dove si trovavano merci di contrabbando e soprattutto dove donne e travestiti si prostituivano, sia nei fondaci adibiti a magazzino sia in alcune tra le più rinomate case chiuse. De Andrè è un adolescente di buona famiglia quando frequenta questi luoghi, spesso in compagnia dell’amico Paolo Villaggio, e ama intrattenersi spesso con le “donnine” che vendono “a tutti la stessa rosa“. Lui stesso ha raccontato, in una famosa intervista, cosa fosse “Via del Campo”: «Passavo spesso da Via del Campo, la strada dei travestiti. Una volta salii in camera con un certo Giuseppe, che si faceva chiamare Joséphine e mi apparve come una bellissima ragazza bionda. Ma, una volta venuti al dunque, scoprii facilmente che era un uomo. Senonché era talmente bella e aveva un seno così strepitoso che restai ugualmente. Ridiscesi, e sotto ad aspettarmi c’erano Paolo Villaggio e Giorgio Leone, un altro amico. Feci loro un racconto dettagliato dell’incontro, come era nelle nostre abitudini […] e solo alla fine precisai: c’è un solo problema, ha l’uccello. Loro cominciarono a sghignazzare e a prendermi in giro. Ma poi tornammo in via del Campo, per più di un mese, a cercare il mio amico Giuseppe». Al di là di questi racconti goliardici, intorno ai vent’anni con una di queste prostitute, una certa Anna, De Andrè avrà una relazione che durerà per quasi un anno. Queste esperienze giovanili resteranno per sempre nel cuore del cantautore, che dedicherà alcune delle sue canzoni più belle e poetiche alle “graziose” come Anna, simbolo di un’umanità povera ed emarginata. Ma non sono solo le donne e il fascino dei bassifondi il motivo per cui De Andrè frequenta via del Campo: qui si trova il negozio di dischi di Gianni Tassio, grande amico di Fabrizio De André, dove il cantautore troverà i dischi dei cantautori francesi – Brassens in testa – che sarano fondamentali per la sua crescita artistica. Ma per parlare di come nasce “Via del Campo” dobbiamo uscire da Genova e andare a… Milano. Qui, nel 1965, Enzo Jannacci compone la canzone “La mia morosa la va alla fonte“, con un testo di Dario Fo, che inserisce in un suo spettacolo teatrale, e che sarà pubblicata nel 1968 nell’album “Vengo anch’io. No, tu no“. De Andrè è tra il pubblico e resta affascinato dalla melodia della canzone e, per fargli uno scherzo, Jannacci e Fo – due che quando c’è da prendere per il culo qualcuno non si tirano mai indietro – gli raccontano che la musica è tratta da una musica popolare del XVI secolo riarrangiata da Jannacci stesso. De Andrè su quella melodia scrive un nuovo testo e nasce così “Via del Campo“. Più tardi, chiarita la faccenda, la musica della canzone sarà accreditata a Jannacci e il testo a De Andrè. A proposito del testo, pare che tra le varie fonti di ispirazione ci fosse una certa “Morena”, all’anagrafe Mario, morta nel 2001, che di giorno aveva un banco di frutta tra via Gramsci e via Prè, e di notte aspettava i clienti fuori dalla porta di casa. Aveva conosciuto De Andrè ed erano diventati amici. Lui si divertiva a chiederle le curiosità, le storie di vita, gli aneddoti legati ai clienti. Lei rispondeva e raccontava molte di quelle storie che poi si sono trasformate in canzoni. Anche se, quando De Andrè le chiese di poter parlare di lei in una canzone, lei gli rispose di fare come voleva, l’importante era non mettere il suo nome.
Con un semplice arrangiamento a cura di Gian Piero Reverberi, anche lui genovese e che già aveva lavorato con Gino Paoli e Luigi Tenco, la canzone viene pubblicata come singolo nel 1967, e inserita nell’album “Volume I“, il primo disco di inediti del cantautore, ma il secondo della sua discografia complessiva considerando anche l’antologico Tutto Fabrizio De André, pubblicato nel 1966, che conteneva però incisioni realizzate negli anni precedenti e uscite su 45 giri. Da notare che il 45 giri esce con in copertina solo il nome “Fabrizio”, come faceva la Karim (la sua prima casa dsiscografica) negli anni precedenti, mentre i singoli che usciranno dopo riportano per esteso il suo nome e cognome.

Autori: Jannacci / De Andrè
Anno di pubblicazione: 1967

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