Bob Dylan – Blowin’ in the wind

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Forse l’unica canzone della cultura popolare composta (e cantata) da un Premio Nobel. “Blowin’ in the wind” è in effetti più di una canzone: è un simbolo, un manifesto degli ideali degli anni ’60, un inno alla pace e alla fratellanza, e certamente una delle canzoni più importanti e significative dell’intera storia della musica popolare (qui le etichette pop, rock o folk smettono di avere un senso). Robert Allen Zimmerman, da Hibbing, una città mineraria del Minnesota, arriva a New York nel gennaio del 1961 e si fa subito notare nel circuito dei locali folk del Greenwich Village. Nel pomeriggio del 16 aprile 1962, in una stanza posteriore di una cofee house del Village compone la canzone in circa dieci minuti, aggiungendo un testo alla melodia di una vecchia canzone degli schiavi intitolata “No More Auction Block“, che ebbe origine in Canada e che veniva cantata da ex-schiavi liberati dopo l’abolizione della schiavitù in Gran Bretagna nel 1833. Dylan stesso, del resto, non ha mai negato la sua ispirazione. La sera stessa Dylan si esibisce al Gerde’s Folk City, e presenta la nuova canzone, che nella sua prima stesura aveva solamente due strofe. Prima di esibirsi il cantautore dice al pubblico «Questa non è una canzone di protesta o qualcosa del genere, perché non scrivo canzoni di protesta». Durante questa prima esibizione, Dylan non riesce a leggere perfettamente il testo che aveva scritto frettolosamente a mano e si inventa una parte delle parole mentre canta. Il testo viene pubblicato in maggio sulla rivista Broadside, fondata da Pete Seeger e dedicata alla musica folk, ma Dylan non la incide subito. È una cosa normale per lui suonare per un po’ le canzoni prima di registrarle per cui, dopo un lungo “rodaggio”, la registra il 9 luglio del 1962 per includerla nel suo secondo album The Freewheelin’ Bob Dylan, pubblicato nel maggio dell’anno seguente. Inizialmente il manager di Dylan, Albert Grossman, non è convinto del potenziale della canzone. La fa ascoltare a Peter, Paul & Mary, un trio folk molto popolare all’epoca, insieme a “Don’t Think Twice, It’s All Right“, che secondo lui è la canzone più importante, ma il gruppo si innamora di “Blowin’ in the wind“, la incide e il singolo raggiunge la seconda posizione in classifica negli Stati Uniti, con vendite superiori al milione di copie, rendendo la canzone famosa a livello mondiale. L’impatto di questa canzone è enorme sulla cultura alternativa che si stava sviluppando in America e nel mondo, diventando subito un brano manifesto del movimento per i diritti civili degli anni sessanta. Anche il grande artista soul Sam Cooke ne è profondamente colpito, capendo che la canzone potrebbe facilmente riguardare l’ingiustizia razziale. Ne esegue dal vivo una versione soul e compone “A Change Is Gonna Come“, apertamente ispirata al capolavoro di Dylan. Nel giugno del 1962, prima quindi che uscisse su disco, Dylan dice alla rivista Sing Out! che l’ha pubblicata: «Non c’è molto che possa dire circa questa canzone tranne che “la risposta soffia nel vento”. Non è in nessun libro o film o programma TV o gruppo di discussione. È nel vento. Troppa gente cerca di dirmi dove stia la risposta ma io non ci credo. Io continuo a dire che è nel vento e come un pezzo di carta svolazzante un giorno arriverà… Ma l’unico problema è che nessuno raccoglie la risposta quando scende giù dal cielo quindi non tanti la vedranno e la conosceranno; … e allora volerà via. Ripeto ancora che alcuni dei più grandi criminali sono quelli che girano la testa dall’altra parte quando vedono qualcosa di sbagliato sapendo che è sbagliato». Da qui nasce anche una paradossale accusa di plagio. Uno studente di Millburn (New Jersey), Lorre Wyatt, prende la rivista e suona la canzone per la band di cui faceva parte, dicendo di averla scritta lui. Il gruppo suona a scuola diverse volte la canzone pochi mesi prima che Dylan la pubblichi, il che porta tutti nella scuola a credere che Dylan l’abbia rubata a Wyatt. Un articolo del Newsweek del novembre 1963 alimenta queste voci raccontando la storia e dicendo che Wyatt avrebbe venduto la canzone a Dylan per 1.000 dollari. La vicenda fa un certo scalpore anche se appare subito ovvio, visto poi lo sviluppo dell carriere di Dylan e di Wyatt, che la storia è priva di fondamento. Solo nel 1974 Wyatt ammetterà al New Times di avere mentito per entrare nel gruppo folk della scuola, The Millburnaires, e che tutta la faccenda gli era poi sfuggita di mano.
Tanta è la potenza di questa canzone che nel 1997 Bob Dylan ha eseguito “Blowin’ in the wind” davanti a Papa Giovanni Paolo II al Congresso Eucaristico Mondiale a Bologna. Dopo averla ascoltata il Papa si è rivolto a Dylan e alla folla dicendo «Tu dici che la risposta sta soffiando nel vento, amico mio, e così è. M
a non è il vento che soffia via le cose È il vento che è il respiro e la vita dello Spirito Santo, la voce che chiama e dice: “Vieni!”. Hai chiesto: “Quante strade deve percorrere un uomo prima di diventare un uomo?” Ti rispondo: Una: c’è solo una strada per l’uomo ed è Cristo, che ha detto “Io sono la vita”».
È senza dubbio la canzone di Dylan che ha avuto in assoluto più cover, tra cui quelle di Joan Baez, Hollies, Dolly Parton, Supremes, Duke Ellington, Neil Young, Bruce Springsteen, Stevie Wonder, Dionne Warwick e addirittura, in Italia, Luigi Tenco. Nel
2004, la rivista Rolling Stone ha inserito il brano alla posizione numero 14 nella lista delle “500 Greatest Songs of All Time

Autore: Bob Dylan
Anno di pubblicazione: 1963

 

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