Antonello Venditti – Roma Capoccia

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C’era un tempo in cui la radio era in assoluto il principale veicolo promozionale per una canzone. Parliamo dei primi anni 70: la TV non dedicava alcuno spazio alla musica che non fosse quella leggera, le radio libere ancora non esistevano, ovviamente Internet non era neanche nelle fantasie del più sfrenato scrittore di fantascienza… C’era la RAI e “Supersonic“, che ogni sera dal 1971 al 1977, ha proposto ai ragazzi dell’epoca centinaia di novità discografiche straniere e italiane contribuendo alla scoperta di decine di artisti. Nel 1972 mandò ripetutamente in onda la ballata di uno sconosciuto cantautore romano, che lanciava alla sua città un messaggio di rabbia e di affetto. Tre cose di questo brano colpirono l’ascoltatore: la voce aggressiva e vibrante, i versi in dialetto, l’arrangiamento ricco e studiato. Quella canzone era Roma Capoccia. È il 1972 ma per scoprire la storia di questa canzone dobbiamo fare qualche passo indietro, e risalire fino al 1963. Antonello Venditti è figlio unico di una famiglia appartenente alla media borghesia italiana, frequenta il Liceo Classico (il Giulio Cesare cui dedicherà in seguito una canzone), pesa 93 chili, ha pochi amici e passa le domeniche solo in casa a suonare il pianoforte. In queste noiose giornate comincia a scrivere le sue prime canzoni, tra cui “Roma Capoccia“, “Sora Rosa” e “E li ponti so’ soli” (che sarà pubblicata sull’album L’orso bruno). Nel 1969 comincia a frequentare il Folkstudio, il mitico scantinato di Trastevere dove hanno mosso i primi passi tanti cantautori (si veda la scheda di “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano). Ha raccontato lui stesso: «Era un martedì quando entrai la prima volta al Folkstudio, e trovai un tale Francesco De Gregori che alternava composizioni sue a traduzioni di brani di Leonard Cohen e Bob Dylan. Mi presentarono Giancarlo Cesaroni, ovvero l’uomo-censura, grande boss. A fare i provini c’era la fila, decideva lui a insindacabile giudizio. In un angolo addossato al muro, malmesso e di schiena al pubblico, c’era un pianoforte che veniva usato solo in caso di jazz. Quasi non esisteva come strumento nell’immaginario collettivo. Gli suonai “Sora Rosa”, “Roma capoccia” e “Viva Mao” e il capo sentenziò: “Puoi venire domenica”.  Ci chiamavamo poco fantasiosamente “I Giovani del Folk(studio)”, ne facevamo parte io, De Gregori, Giorgio Lo Cascio, Ernesto Bassignano, i quattro ragazzi con la chitarra e il pianoforte sulla spalla finiti nella prima strofa di “Notte prima degli esami”». In particolare con De Gregori nasce un’amicizia e la decisione di formare un duo che chiamano un po’ pretenziosamente Theorius Campus (vedi Alice di Francesco De Gregori). I primi a credere nei due giovani cantautori furono Vincenzo Micocci, titolare dell’etichetta “It”, e il produttore Italo (“Lilli”) Greco, che decise di sperimentare per questo disco un suono diverso da quello minimalista in voga all’epoca tra gli artisti cosiddetti “impegnati”. A suonare vengono convocati i Godfather, un gruppo inglese di cui facevano parte Dave Summer (ex Primitives, poi Dire Straits), Derek Wilson, Douglas (Dougie) Meakin e Mick Brill, insieme a Giorgio Lo Cascio e a Maurizio Giammarco. Allo “Studio 38” di Roma, con un modesto 4 piste, si tenta di ottenere un effetto orchestrale “alla Phil Spector”. La prima versione è ancora più ricca di quella definitiva, ma sia Venditti che De Gregori temendo di veder snaturate le proprie creature, optano per un mixaggio più scarno. La canzone viene pubblicata come singolo, come Lato B di “Ciao uomo” ma in breve, anche grazie ai passaggi radiofonici a Supersonic, ha talmente successo che qualche anno più tardi l’LP fu ristampato proprio con questo titolo. La descrizione di ambienti e figure di una Roma che apparentemente può sembrare bozzettistica e a volte anche un po’ ruffiana, in realtà non è priva di spunti critici, e talvolta di invettive graffianti. Un omaggio e una dichiarazione d’amore verso una città che contiene in sé il bene e il male del mondo, il vecchio e il nuovo, il sacro e il profano (il Cupolone e il Colosseo), arricchita dall’uso del romanesco. A dimostrazione dell’impatto che la canzone ha avuto sui romani ricordiamo che l’hanno cantata anche due romani DOC come Claudio Villa e Lando Fiorini.

Autore: Antonello Venditti
Anno di pubblicazione: 1972

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