Francesco De Gregori – Alice

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È il 1972. Nei negozi di dischi appare un disco attribuito a un gruppo enigmatico, “Theorius Campus“, che sfoggia in copertina il dipinto “Ophelia” del pittore preraffaellita John Everett Millais. In realtà dietro questo nome si celano due giovani cantautori al loro esordio discografico, Antonello Venditti e Francesco De Gregori, che all’epoca avevano rispettivamente 23 e 21 anni. Le canzoni sono cantate dai due cantautori separatamente, tranne Dolce signora che bruci e In mezzo alla città, cantate dai due insieme, e non riscuote nessun successo, tranne il singolo “Roma capoccia” del solo Venditti. Il sodalizio artistico dura poco e i due artisti decidono di intraprendere strade separate. Nell’estate del 1973 la It pubblica il primo album di De Gregori, “Alice non lo sa“, prodotto e co-arrangiato da Edoardo De Angelis, che si impone subito all’attenzione per l’ermetismo dei testi e la cura musicale, arrivando fino al 29° posto della Hit Parade. Visto che il singolo è uscito in estate si decide di farlo partecipare alla manifestazione Un disco per l’estate, dove si classifica però all’ultimo posto, a onta del successo che avrà poi negli anni a venire. Il testo accosta varie immagini, corrispondenti ai pensieri della Alice del titolo, una ragazza che osserva tranquilla ciò che le accade attorno. In un’intervista del 2015 lo stesso De Gregori ha raccontato «“Alice” nel ’73 non c’entrava niente con quello che c’era: Paoli, De André, Endrigo, che erano i miei riferimenti, quelli che mi avevano fatto capire che le canzoni possono essere un veicolo non solo di banalità.  L’immagine di Alice che guarda i gatti appartiene a Lewis Carroll (l’autore di “Alice nel paese delle meraviglie”, ndr) e alle illustrazioni di John Tenniel: quella bambina con gli occhi sgranati era stato il primo impatto visivo quando da piccolo lessi il libro. La verità è che venivo da un periodo in cui ero attratto da tutto ciò che nell’arte non seguiva un filo logico. Mi ero innamorato degli scrittori dadaisti, Tristan Tzara, la scrittura automatica, avevo letto Joyce, lo stream of consciousness, Freud e l’interpretazione dei sogni». E prosegue: «Ero libero di fare tutti i danni che volevo. E la canzone me la sono scritta esattamente come pensavo si dovesse scrivere una canzone. Avevo già una musica su cui io cantavo un testo finto inglese, una specie di grammelot, ci misi sopra quello che avevo scritto… Quando la portai a Vincenzo Micocci, allora direttore artistico della Rca, e al mio produttore Edoardo de Angelis, piacque anche a loro». Ogni strofa si conclude con il verso “… ma tutto questo Alice non lo sa”: la ragazza osserva tutti quelli che le ruotano intorno, ma in realtà rimane sempre estranea ai piccoli grandi drammi che accadono loro. Ancora De Gregori spiega: «“Il “Cesare perduto nella pioggia”, è Cesare Pavese. Avevo letto tutto di lui, e nella biografia c’è questo episodio di quando una sera aspettò per una notte Costance Dowling, donna bellissima, ballerina che lo illuse e poi lo lasciò. Alice per me è una specie di sfinge che guarda il mondo senza nessi consequenziali. Non è nemmeno chiaro se è lei la narratrice o io che scrivo. Mentre il personaggio dello sposo ha qualcosa di sicuramente autobiografico. No, non perché volessi sposarmi, ma fuggire. Una fuga che era probabilmente dalla vita cui ero predestinato da studente universitario, fare l’insegnante come mia madre o il bibliotecario come mio padre. Ma forse fuggire anche dal mondo della musica per cui ero uno strano». Nella terza strofa si parla di un mendicante arabo gravemente ammalato che non ha soldi e nemmeno un posto per dormire. Il verso «… il mendicante arabo ha qualcosa nel cappello...» era, in origine, stato scritto da De Gregori come «...il mendicante arabo ha un cancro nel cappello…»; venne però censurato dalla RAI con la seguente motivazione: “La canzone va in onda in spazi appositi e in orari anche intorno a mezzogiorno e alla gente non piace sentir parlare di cancro a quell’ora”. Dal vivo comunque è sempre stata eseguita col testo originale.
Nel corso degli anni la canzone ha avuto numerose cover; la prima, in ordine cronologico, è stata nel 1975 quella realizzata dalla Schola Cantorum, in cui militava Edoardo De Angelis che aveva a suo tempo prodotto e arrangiato il disco di De Gregori; da ricordare anche la versione incisa da Fiorella Mannoia nell’album dedicato ai cantautori, quella di Mia Martini e una versione vagamente swing di Enrico Ruggeri inserita nell’album “Contatti”.

Autore: Francesco De Gregori
Anno di pubblicazione: 1973

 

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